Meta affronta un’azione legale collettiva per presunti profitti derivanti da pubblicità di truffe

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Una nuova sfida legale è stata lanciata contro Meta, sostenendo che il colosso della tecnologia ha dato priorità alle entrate pubblicitarie rispetto alla sicurezza degli utenti, traendo consapevolmente profitto da contenuti fraudolenti. Una class action intentata a Washington, D.C., sostiene che la società si è impegnata in un modello di pratiche ingannevoli, dicendo agli utenti che sta combattendo le truffe mentre internamente ne raccoglie miliardi.

Le accuse principali: profitto più che protezione

La causa, intentata il 21 aprile dagli studi legali Tycko e Zavareei LLP e Tech Justice Law, rappresenta la Consumer Federation of America e gli utenti di Facebook nel Distretto di Columbia. L’azione legale si fonda sul D.C. Consumer Protection Procedures Act, incentrato su una significativa discrepanza tra la posizione pubblica di Meta e le sue operazioni interne.

Secondo documenti interni, precedentemente evidenziati da Reuters, la portata del problema è enorme:

  • Proiezioni delle entrate: nel 2024, secondo quanto riferito, Meta prevedeva che circa il 10% delle sue entrate (circa 16 miliardi di dollari) sarebbe derivato da pubblicità di truffe e prodotti vietati.
  • Esposizione giornaliera: gli utenti sarebbero esposti a circa 15 miliardi di annunci truffa “ad alto rischio” ogni singolo giorno.
  • Il modello di truffa “Premium”: La denuncia sostiene che invece di eliminare questi attori, Meta ha effettivamente addebitato a questi inserzionisti ad alto rischio tariffe più elevate per accedere agli utenti.
  • Mancata azione: La causa sostiene che Meta ha respinto il 96% delle segnalazioni di frode valide inviate dagli utenti, ignorando di fatto proprio i problemi che afferma di risolvere.

Un conflitto di interessi nei modelli di business

Il nocciolo della questione legale è che il fallimento di Meta nel fermare le truffe non è una svista tecnica, ma una strategia aziendale deliberata.

“Meta ha detto ai suoi utenti che stava combattendo le frodi. Internamente, stava addebitando ai truffatori un premio per l’accesso a quegli stessi utenti. Questo non è un fallimento nell’applicazione delle norme, ma un modello di business costruito sull’inganno predatorio.” — Sarah Kay Wiley, amministratore delegato di Tech Justice Law

Ciò evidenzia una crescente tensione nell’economia digitale: il conflitto tra la moderazione della piattaforma e le entrate pubblicitarie. Quando le pubblicità fraudolente sono più redditizie di quelle legittime, le piattaforme devono affrontare un incentivo finanziario per guardare dall’altra parte. Ciò solleva interrogativi critici sulla possibilità che i giganti dei social media possano mai veramente autoregolamentarsi quando i loro profitti sono legati proprio ai contenuti che hanno il compito di controllare.

La difesa di Meta: “Le truffe fanno male agli affari”

Meta ha risposto con fermezza alle accuse, definendole una falsa rappresentazione degli effettivi sforzi dell’azienda. Un portavoce dell’azienda ha dichiarato che Meta sta combattendo aggressivamente le frodi, citando diverse statistiche chiave dell’anno precedente:

  • Sono stati rimossi 159 milioni di annunci truffa.
  • Il 92% di questi annunci è stato identificato e rimosso prima che gli utenti li segnalassero.
  • 10,9 milioni di account collegati a centri anti-truffe criminali sono stati rimossi da Facebook e Instagram.

L’azienda sostiene che le truffe sono intrinsecamente dannose per il loro ecosistema, affermando: “Combattiamo le truffe perché sono dannose per gli affari: le persone non le vogliono, gli inserzionisti non le vogliono e non le vogliamo nemmeno noi.”

Contesto: un modello di attrito normativo

Questa causa non esiste nel vuoto. Fa seguito alle recenti segnalazioni secondo cui Meta ha inavvertitamente, o attraverso un’applicazione incoerente, penalizzato le imprese legittime. Ad esempio, aziende come la piattaforma sanitaria Daye e il rivenditore Unbound hanno già dovuto affrontare difficoltà con l’approvazione degli annunci, anche se gli autori fraudolenti sembrano aver trovato il modo di aggirare questi stessi filtri.

Sebbene Meta abbia recentemente annunciato nuovi strumenti e una maggiore cooperazione con le forze dell’ordine per mitigare le frodi, questa causa suggerisce che il controllo normativo e legale continuerà a intensificarsi poiché il divario tra le promesse aziendali e l’esperienza dell’utente rimane un punto centrale di contesa.


Conclusione
La causa segna una significativa escalation nella battaglia legale sulla responsabilità della piattaforma, mettendo in dubbio se il modello pubblicitario di Meta sia fondamentalmente in contrasto con la sicurezza degli utenti. Il risultato probabilmente costituirà un precedente sulla responsabilità che le società di social media hanno per i contenuti fraudolenti che ospitano e monetizzano.